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Radici 2022
La prima Radici: un seminterrato sotto un locale per aperitivi, due teli appesi al muro, niente cornici. Testi scritti nelle lingue madri delle partecipanti.
Tutto improvvisato, e proprio per questo vero.
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Non era una galleria d’arte, né uno spazio pensato per accogliere una mostra. Radici 2022 ha trovato casa dove ha potuto: nel seminterrato di un locale per aperitivi, un luogo con mobili raccattati e un’illuminazione che faceva quello che poteva. L’accordo era chiaro: lo spazio veniva concesso, ma ogni ospite doveva ordinare qualcosa da bere. Un compromesso accettato senza troppe alternative, con quella leggerezza forzata di chi cerca di far funzionare le cose con quello che ha.
L’allestimento è stato rapido, spartano, quasi d’emergenza. Due grandi teli di stoffa appesi al muro reggevano le fotografie, ondeggianti a ogni spiffero. Nessuna cornice elegante, nessun pannello descrittivo curato nei dettagli: solo immagini e parole nella loro forma più nuda. Una mostra che si reggeva sul contenuto, non certo sulla forma.
Il contrasto tra il sopra e il sotto era netto. Sopra, i brindisi, il vociare, il tintinnio dei bicchieri. Sotto, un angolo un po’ sgangherato dove le fotografie e i testi raccontavano storie che meritavano più attenzione di quanta ne lasciasse intuire l’arredamento di fortuna. Chi scendeva spesso lo faceva per caso, ma poi restava in silenzio, catturato dagli sguardi impressi nelle immagini, dai testi scritti nelle lingue madri delle partecipanti. Le parole, pur nella loro diversità, tracciavano un filo comune, un racconto corale fatto di radici lontane e sentimenti condivisi.
Era tutto improvvisato, tutto un po’ raccogliticcio, ma forse proprio per questo così vero. Non c’era la pretesa di stupire con la perfezione, solo il desiderio di dare spazio a storie che avevano bisogno di essere viste e ascoltate. E alla fine, nonostante tutto – o forse proprio grazie a tutto questo – la mostra ha lasciato il segno.

